Category: Pensieri Puliti

Guarda bene la foto!

La mattina mi accompagnano alla discarica di Canavieiras (Brasile). Occupandomi da anni di rifiuti e riciclo, questi luoghi esercitano su di me un fascino perverso. Le discariche ci raccontano chi siamo e cosa consumiamo. Sono tracce di uomo.
Dopo 16 km di strada buona tra palme e allevamenti di gamberi, voltiamo sulla sinistra. Si sale tra buche che sembrano crateri e alla fine ci troviamo di fronte a una distesa enorme di rifiuti. Il viaggio però è fallito. Ci sono solo avvoltoi ma non gli uomini che frugano tra l’immondizia.

Sono deluso ma resto tenace e Alessandro che accompagna me e Christian lo è altrettanto. Tornati in paese chiede informazioni e mi riferisce che dobbiamo tornare con il buio, perché i camion iniziano a scaricare dalle 7 di sera.
Così facciamo. E’ spettrale la discarica di notte. Chissà perché il puzzo è aumentato. Dal nulla compaiono delle luci che si muovono tra quelle dune d’immondizia.

Scendiamo a piedi, Christian prende la telecamera e non è che siamo proprio tranquillissimi. Prendono forma le sagome di persone chine tra i rifiuti, con una torcia legata attorno ad un elmetto. Frugano, rovistano (alcuni a mani nude) tra quel putridume, alla ricerca di un qualcosa che possa avere ancora un’altra vita, un nuovo mercato. Plastica, metalli, carta ancora non marcita. Testa bassa, concentrati, vedo per la prima volta in vita mia dei cacciatori d’immondizia.

Parlano volentieri; nessun imbarazzo, nessuna vergogna. Noto che tra loro c’è anche una ragazza: “questo è il nostro lavoro, arriviamo assieme ai camion che scaricano e poi restiamo per buona parte della notte. Meglio questo che rubare, no?”. Poi sorridono anche. Restiamo una mezz’ora buona, poi Alessandro gli regala una bottiglia di cachaca (distillato di canna da zucchero).
Loro ringraziano con grande educazione e si rituffano nella ricerca. Salgo in macchina. Penso alla loro dignità. Penso che non esistano lavori di serie A o di serie B, ma persone di serie A o di serie B e loro sono di serie A.

In nessuna Università al mondo avrei potuto assistere ad una lezione sul lavoro così intensa e ricca. Nessun Ministro dell’ambiente sarebbe stato in grado di spiegarmi come hanno fatto loro, che i rifiuti sono risorse. Nessun giudice avrebbe potuto farmi meglio comprendere il concetto di onestà. Molti li chiamerebbero ultimi, io sono orgoglioso di aver conosciuto dei numeri uno.

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Senigallia, l’alluvione e le favelas

Ero appena arrivato in Brasile quando nella mia Senigallia, esattamente nel quartiere dove sono nato e cresciuto, l’acqua del Misa travolgeva e stravolgeva le vite di migliaia di persone. Fortunatamente vivo in collina e l’acqua non mi ha colpito, ma sono centinaia gli amici e i conoscenti che hanno perso pezzi importanti di vita, abitazioni comprese. Dal Brasile ho seguito maniacalmente l’evolversi della situazione. Quando terminavo le riprese e tornavo nella mia stanza, la prima cosa che facevo era connettermi e leggere ogni aggiornamento possibile, provando un senso di impotenza e di frustrazione, quasi che la mia assenza fosse paragonabile a una diserzione e quindi non giustificabile. Il giorno giravo tra le favelas; baracche di legno dagli interni lerci dove la povertà domina senza tentennamenti, dove i bambini non hanno le scarpe, gli adolescenti si fanno di crack e gli uomini bevono qualsiasi forma di alcol pur di tenere a debita distanza la realtà. In favelas a 12 anni generalmente si ha il primo figlio, ovviamente non esistono le fogne e l’asfalto non sanno neppure cosa sia.
Nel frattempo da Senigallia le notizie erano sempre più drammatiche ma non per i Tg, che come un tossico hanno bisogno di dosi di dolore sempre più massicce; così i miei concittadini per la prima volta scoprivano che la tv, quando i morti sono pochi e la gente non piange, ti volta il culo e se ne va a cercare lacrime copiose da qualche altra parte. Ben conosco questo meccanismo, forse per questo di fare il giornalista me ne vergogno anche un pò. Terminato il tour dei politici importanti è restato solo il fango da spalare assieme a una dignità che vale oro. Restano i problemi veri, ma questi non fanno notizia.
Sono state giornate strane quelle vissute in Brasile. A Canavieiras la Onlus Giardino degli Angeli (di Senigallia), dieci anni fa ha costruito un asilo e poi, ristrutturando il vecchio ospedale, ha inaugurato il Planet Panzini, una sorta di gemmazione dell’Istituto Alberghiero di Senigallia. Un segno tangibile d’amore per la vita. Di quelle giornate ricorderò per sempre il sorriso dei bambini, i materassi sfondati nelle baracche, gli avvoltoi per strada e le immagini surreali di Senigallia avvolta dall’acqua che poi si trasforma in fango. Storie di uomini alle prese con la vita in angoli opposti del mondo. Eppure incredibilmente vicini.

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Priebke, una testa per giocare a pallone e Papa Francesco

L’uomo mi mette sempre più paura. Ho il sospetto che l’evoluzione delle coscienze non esista. Pensiamo di aver percorso molta strada e come criceti in gabbia continuiamo a far girare forsennatamente la ruota, rimanendo immobili. Miopi di fronte a ogni insegnamento. Muore Erich Priebke e tutti parliamo di questo vecchio, delle atrocità da lui commissionate. Esprimiamo giustamente un giudizio etico e morale. Eppure sappiate che molti nazisti erano capaci di buoni sentimenti; verso i figli, le mogli, gli animali. Potevano commuoversi per un tramonto o ringraziare Dio per aver fatto il loro dovere. La sera portavano il cane a passeggiare e ne raccoglievano la cacca, perché farlo è buona regola. Leggete “La banalità del male”. Come scrive Hannah Arendt, ebrea, il male è una serpe strisciante. Molti di voi adesso penseranno “Pagliari nazista, difende Priebke, non l’avrei mai detto!!!”. Viviamo dentro gabbie ideologiche terribili, applichiamo pensieri precotti e omologati. Dobbiamo subito etichettare, collocare un pensiero nella casella che ci hanno indicato come quella giusta. Allora rincaro la dose, Sarò ancora più nazista. Il bombardamento più inutile e crudele della storia fu quello che distrusse la città di Dresda. Era la metà febbraio del 1945. Inglesi e Americani rasero al suolo con due terribili attacchi, la città più bella della Germania. Un simbolo del barocco nel mondo. Morirono oltre 30.000 persone civili, gente tranquilla, le bombe furono deliberatamente sganciate sul centro della città, eppure la guerra era già vinta e Dresda non rappresentava un obiettivo militare. Adesso molti di voi avranno spazzato via ogni dubbio; il giornalista e scrittore Pagliari è veramente uno sporco nazista! Forse intende riscrivere a suo modo la storia, come tanti pazzi deliranti (i negazionisti ad esempio) hanno già fatto. No, siete fuori strada, non riscrivo nulla ma adesso passo ad altro e continuate a leggere, please. Damir è un ragazzo d’oro, ci conosciamo da oltre 10 anni e adesso è tornato a vivere nella sua Trogir, meraviglioso paesino croato che si affaccia sull’Adriatico. Damir è papà di una splendida bambina. È il suo tesoro. Damir se può fare un favore a un amico si spacca in quattro. Ha un cuore grande Damir. Una ventina di anni fa il soldato Damir passò oltre 24 ore nascosto dietro a un albero, non poteva ne dormire e neppure pisciare, perché un ostinato e meticoloso cecchino serbo, facendo bene il suo lavoro, appena intravedeva un movimento sparava con precisione commovente. Per Damir quell’albero esile rappresentava l’unico, labile riparo dalla morte. Il suo odio continuò a crescere in maniera esponenziale, per ogni secondo trascorso dietro quel tronco troppo sottile. Il rancore accumulato prese la forza di un torrente in piena, di un ciclone interiore inarrestabile.Fortunatamente i compagni gli vennero in aiuto e uccisero il cecchino sorprendendolo alle spalle. Per festeggiare la fine dell’incubo, il mio amico Damir e i suoi compagni tagliarono la testa al nemico serbo (avrà avuto 20 anni) e disputarono con la sua testa una indimenticabile partita di calcio (ma dove vuole arrivare Pagliari?). Adesso ve lo dico. Non sono Nazista e Priebke è un assassino della peggior specie ma di una cosa sono certo; al tempo erano in milioni a pensare che un mondo migliore sarebbe stato possibile solo attraverso una seria operazione di pulizia etnica. Il nemico senza volto da annientare era stato individuato. Quante domande mi passano per la mente. Oggi qualcuno ci sta forse spingendo alla ricerca di un nemico da cancellare per sempre? Il mio amico Damir può avere un cuore grande se ha calciato in porta la testa di un coetaneo? Oggi chi siamo e cosa rappresentiamo? Noi siamo quelli che escono da Auschwitz sconvolti e piangenti, siamo quelli che dicono “mai più una cosa del genere”. Noi siamo quelli che si commuovono quando parla papa francesco (minuscolo perché secondo me a lui piace così). Siamo quelli che dicono “ci voleva un Papa così perché arriva al cuore”. E poi ? Come trasformiamo in insegnamento pratico la visita ad Auschwitz? Come cerchiamo di essere coerenti con il pensiero di papa francesco? Siamo sicuri di aver individuato i nuovi nazisti? Chi indossa la camicia bruna, nera e rossa? Siamo certi di essere immersi nel nostro presente in maniera corretta? Oppure (avanzo un’ipotesi inquietante) i nuovi mostri siamo noi? Quelli che guardano il telegiornale e mentre si parla di 300 disgraziati annegati, pensano che in fondo se la sono andata a cercare. Siamo forse noi quelli che immaginano che se i barconi affondano, abbiamo un problema in meno? Siamo forse noi quelli che dicono che Rumeni e Albanesi nascono delinquenti per vocazione naturale? Siamo forse noi quelli che si dicono contrari alla pena di morte… tranne che in certi casi? Siamo forse noi quelli che non incroceranno mai lo sguardo di un barbone? Eppure se il telegiornale ci racconta la storia di un cagnolino salvato dai pompieri mentre stava per annegare, siamo capaci anche di versare una lacrima (tra una forchettata di spaghetti e un goccio di vino). Ma non è che (orrore) assomigliamo un po’ a quei nazisti di cui spesso parliamo? Io applico questa faticosa regola. Siccome papa francesco mi è arrivato al cuore (come a voi), su quei barconi che affondano immagino ci siano 300 papa francesco. È un esercizio semplice ma efficace. Aiuta a capire, aiuta ad aprire la mente, aiuta a scendere dalla ruota del criceto e ad abbandonare la gabbia. Aiuta a comprendere che non esistono masse senza volto di ebrei pidocchiosi, zingari ladri, albanesi assassini, italiani mafiosi, barboni puzzolenti, e neri ignoranti. No. Le masse senza volto non esistono. Ci sono gli uomini. Il mostro che ognuno di noi conserva in qualche angolo della mente lasciamolo in minoranza, spegniamolo, ma teniamo sempre ben presente che lui esiste. Può prendere il sopravvento in maniera subdola e repentina. A lui basta cancellare il volto di un uomo e trasformarlo in una razza da annientare. Stiamo attenti. Il mostro non è mai morto e mai morirà. È da questa presa di coscienza che transita la nostra crescita morale. Il mostro è dentro di noi, teniamolo sotto chiave e guardiamo gli altri uomini negli occhi condividendone le storie. Scopriremo brave persone e pessimi individui. Uomini crudeli e altri di una generosità commovente. Comunque vada, bello o brutto che sia, diamo sempre un volto a chi abbiamo di fronte. Abbandoniamo antiche certezze e pregiudizi. Impariamo a sentirci insicuri, a dubitare delle verità assolute e delle soluzioni risolutive. Eccoci al punto finale. Priebke non sterminava uomini, per lui quello era semplicemente il nemico da annientare. Beh, io il Priebke che è in me lo controllo ogni giorno. È sotto chiave, condannato a non vedere mai la luce del sole. Non ha diritto di pensiero e di parola. Sono il suo carceriere implacabile, nessuno sconto di pena. Spesso lui tenta di evadere, si traveste, mi parla dei nuovi cancri senza volto da estirpare con fermezza, ma io non provo nessuna pietà. Per ridurlo al silenzio mi è sufficiente alzare gli occhi e guardare il prossimo. Alzare gli occhi e guardare il prossimo. Altro non serve.

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Quando la politica mette l’uomo al centro

In molti anni di giornalismo (inevitabilmente) le foto importanti sono tante, ma è nel cassetto che preferisco conservarle. Questa con la Presidente della Camera voglio però mostrarvela, perché mi aiuta a credere un po’ di più in futuro meno disonesto. Noi italiani non siamo bella gente (almeno in larga parte), il raggiro della regola è la prima delle nostre regole, se un ragazzo invia un CV a qualsiasi ente pubblico o privato, probabilmente non riceverà mai un cenno di risposta che ne attesti almeno la dignità di esistere. La stampa è impegnata a scaricare merda sull’avversario di turno, mentre la verità rimane un concetto astratto. Il nostro è l’unico paese dove chi sogna un paese onesto è considerato un coglione. I migliori sono i ragazzi, almeno fino a quando non si rassegnano alle tristi abitudini che noi adulti gli lasciamo in eredità. Mi fermo, non procedo in questa scontata teoria del lamento. Nell’istante in cui è stata scattata la foto, la Presidente della Camera Laura Boldrini mi stava sorprendendo con parole moderne di donna coraggiosa e appassionata. Mica un comizio, mica le solite parole buttate a caso dal palco per sfamare la platea, mica il solito tono enfatico e retorico. Mi ha molto colpito ascoltarla discutere, mentre cenavamo, di persone e non di strategie politiche. Ha una grande tenacia Laura Boldrini e quando parla si rivolge all’uomo e non a un corpo elettorale. Ha coraggio, del resto aver vissuto nei campi profughi significa aver toccato con mano le parti più ruvide dell’esistenza. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è la sua capacità di ascoltare, di seguire con attenzione un ragionamento qualsiasi e magari di trarne un insegnamento. Non ho mai incontrato un politico così poco politico. Insomma, sono stato contento di avere conosciuto Laura Boldrini. E sapete un’altra cosa? Non conosco neppure il suo partito di appartenenza. Le ideologie che generano giudizi precotti non mi appartengono per definizione, preferisco giudicare le persone e non i simboli elettorali. Spero che questa donna possa fare qualcosa per il nostro paese, io intanto continuo a lavorare cercando di parlare di bella politica e di speranza, ma è quel maledetto filamento del DNA truffaldino che bisogna estirpare. Noi italiani non abbiamo la cultura dell’onestà. Per questo Angelo Vassallo è stato un pensatore importante. Ogni sua azione da Sindaco e da cittadino partiva dal rispetto delle regole. Quelle che calpestiamo, quelle che esistono solo quando sono gli altri a sconfinare, quelle che riempiono la bocca di giullari e cialtroni. Per abbattere una casa abusiva basta una ruspa, per annientare una mentalità marcia occorrono anni e anni. La strada è lunghissima, speriamo sia quella giusta.

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Cara Ilaria

Cara Ilaria, la battaglia per scoprire chi ha ucciso tuo fratello (Stefano Cucchi) continua e come sapevi, nulla sarebbe stato facile. Ieri parlavo con Fabio Anselmo, il tuo legale, persona fantastica che trasuda umanità e che nonostante sia un esperto di “muri di gomma” continua a battersi con tutte le forze possibili. Sapeva sin dall’inizio che sarebbe andata così. Dopo il tuo intervento a Radio 24 ho chiamato Alessandro Milan, conduttore del programma e vecchio amico. Mi raccontava di quello che la gente scrive via sms, degli insulti, della totale intolleranza, dell’ignoranza che continua a dilagare come il più diabolico dei virus. L’ignoranza non ha odore, come i gas nazisti, e corre più veloce del vento.
Forse fingono di non capire che tu non vuoi la beatificazione di Stefano, ma semplicemente la verità. Vorresti entrare in politica, sfruttando naturalmente la notorietà scaturita dal macabro fatto. Anche di questo ti accusano, ma non ti preoccupare, lo dissero anche a Tortora, lo dicono al mio amico fraterno Dario Vassallo, cui hanno ucciso un fratello onesto e Sindaco di Pollica. E chi dovrebbe entrare in politica, se non una persona che ha voglia di cambiare le cose? Che è stata distrutta da quella parte dello stato che bisogna scrivere con la s minuscola. Il genere umano, lo stesso a cui appartiene anche San Francesco, è veramente capace di generare mostri incontrollabili. E torno all’ignoranza delle ideologie prestampate, perché il testo prediletto da ogni vero ignorante è costituito proprio da ideologie prestampate. Il vero ignorante non ha dubbi ma si nutre di verità assolute, il vero ignorante ha sempre una risposta giusta. Si comprano idee e pensieri in stock, esattamente come accade con il tonno alla coop. Quante altre cose da dire ci sarebbero. Intanto, Cara Ilaria, continua la tua battaglia, sono in molti a seguirti, sono in molti a immaginare che un mondo migliore sia ancora possibile. È quanto basta per non fermarsi.

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Ciao Franco.

Faccio sempre più fatica a scrivere sui social network. Girano troppe parole. Penso a FB. Non me ne frega niente di sapere cosa ha mangiato la gente a Pasqua. Una volta c’era il diario segreto. Li vendevano con i lucchetti e ci scrivevi gli affari tuoi. Punto. Adesso devi far sapere anche a Singapore che non digerisci l’aglio. Copi 10 aforismi e insegni al mondo il senso della vita. Oggi però devo scrivere, perché da pochi giorni è morto FRANCO CALIFANO.

Sono in debito, mi aveva telefonato meno di un anno fa, mi aveva detto vediamoci. Non era un “vediamoci” generico, voleva sapere se potevo esserci la sera stessa a cena (quei giorni ero a Roma), oppure in quale altro giorno della settimana. Invece non l’ho più visto. Mi sono sempre domandato perché con me fosse sempre così attento e gentile. Ovviamente non lo saprò mai.

Franco l’ho conosciuto in una vita talmente distante che non mi sembra neppure più la mia. Me lo presentarono Bea, Claudia, Laura e Ludovica (in ordine alfabetico, così non rompono le palle), le sue amiche del cuore, le balene. Da allora (1985? Boh!) in momenti alterni ci si è sempre incrociati. Non mi perdo in ricordi e aneddoti, posso solo dire che ho conosciuto mia moglie grazie a Franco, dopo un avventuroso viaggio notturno Roma-Senigallia con la sua Corvette ad una velocità impossibile. Hanno scritto cose bellissime su di lui, persone che lo conoscevano molto meglio di me, però un piccolo episodio voglio raccontarvelo: era notte e di ritorno da un suo concerto si viaggiava in autostrada con due auto, prima del casello Franco mi ha superato ed ha pagato anche il mio pedaggio. La sua generosità infinita andava oltre il dettaglio. Non se ne vantava, per lui era normale, tutto qui.

Sono un cane, non gli ho mai portato neanche il libro che ho scritto su Evaristo Beccalossi, uno dei suoi pochi miti. Nel libro parlo di Franco e del Becca uniti da infiniti e diversi talenti. Per certi versi, geni compresi solo in minima parte, non collocabili in nessuna casella sociale codificata. Quelle righe ora le riporto in questa pagina:

“Evaristo amava Franco Califano perché la sua voce sapeva condurlo distante; anche lui era un fantasista che preferiva correre lontano dalle convenzioni, alla ricerca delle zone più inesplorate del campo. E Califano, interista da sempre, non si sarebbe mai perso una sua partita, perché quel ricciolino con il numero dieci rappresentava l’essenza del calcio. Per farli conoscere non ci volle una stretta di mano. Bastò la poesia.”

Caro Maestro, odiavi la banalità e io mi fermo qui.

Luca

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Don Merola

Ad Acciaroli (SA), in un bellissimo faccia a faccia sul palcoscenico, ho incontrato Don Luigi Merola, l’ex parroco di Forcella che da anni gira seguito da tre uomini di scorta. La camorra lo vorrebbe morto e dal 2004 lui vive blindato.
Parlandoci a lungo sul palco ma soprattutto lontano dai riflettori, ho scoperto con imbarazzo che un uomo coraggioso è come noi, ha paura come noi, ragiona come noi, è stanco come noi. Unica differenza sostanziale, lui ha deciso di scendere in campo e di agire. Ha trasformato il pensiero in azione. È un figo Don Luigi, elegante e poi dice un sacco di cose che fanno pure ridere.
Qualche giorno fa in autostrada una signora lo ha riconosciuto all’interno di un autogrill. Tutta eccitata ha chiamato il figlio e gli ha detto – Vieni qui, guarda chi c’è! Il prete della camorra!!! – Don Luigi ci ride sopra e racconta di aver detto alla signora che lui casomai è il prete anticamorra… ma a parte questo, Don Luigi mi ha poi detto che non dovrebbero esistere preti anticamorra. Dovrebbero esistere semplicemente preti. Un sacerdote non può essere per definizione camorrista e neppure voltarsi dall’altra parte. Mi è piaciuto molto Don Luigi, è tosto, simpatico e spero che la scorta e soprattutto Dio continuino a proteggerlo, perché se lo merita.
Lui ha fondato un associazione che si chiama “A voce d’e creature”, serve per aiutare i ragazzini che vivono nei quartieri disagiati. Dai pensieri di questi guaglioni è nato un libro e ad Acciaroli ne ho acquistato uno. Don Luigi me lo ha autografato; c’ha scritto “sii sempre la sentinella della tua famiglia e della tua città”. Impegno mica da ridere! E comunque chiudo con qualche pensiero pulito scritti dai ragazzini di Don Merola e pubblicati nel libro. Fanno ridere, fanno piangere, fate voi… Compratelo questo libro, i soldi vanno direttamente alla fondazione.

“A Napoli è un bel problema la disoccupazione, perché chi deve dare lavoro, lo va a cercare lui per prima”.

“Noi a Castellamare siamo per metà uomini e per metà disoccupati”.

“Il lavoro minorile lo faccio assieme a mio padre. Ci alziamo alle 5 del mattino e andiamo al mercato. Poi vengo a scuola. Lì comincio ad essere stanco”.

“Io, mio padre, per via del suo lavoro continuo, lo conosco solo in percentuale. Quando andrà in penzione lo conoscerò totale”.

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Confessioni di un cittadino

Ogni tanto bisogna ammettere le proprie mancanze e nel mio caso, esercitando la professione di giornalista e comunicatore, il tutto risulta ancora più grave.
Segue l’elenco delle mie principali lacune:
Da alcuni mesi ho spento la tv (saltuariamente vedo un documentario o un film);
Non seguo nessun telegiornale; nessun dibattito politico; nessun programma di approfondimento;
Non leggo i giornali, di conseguenza non conosco i fatti di cronaca, non ricordo i nomi dei Ministri e non conosco le future alleanze politiche in vista delle prossime elezioni;
Non sono pienamente consapevole di quanto sia drammatico lo scenario internazionale;
Ancora fatico a comprendere esattamente cosa sia lo spread;
Ancor più grave, non faccio nulla per comprenderlo.
In sintesi, sono una persona (abbastanza) disinformata sui fatti

Vi dico invece quello che ho fatto:

Sono andato in moto;
Ho consumato tutti i santi pasti senza avere in sottofondo un dettagliato elenco delle umane disgrazie;
Ho sostituito spazi televisivi serali con letture interessanti;
Ho iniziato a scrivere un nuovo libro dedicato a Kristel Marcarini, ragazza uccisa da una pasticca di ecstasy;
Sto girando un documentario sulle donne che lavorano nel duro mondo della pesca;
Ho terminato un documentario sull’acqua;
Ho ideato un nuovo format di sensibilizzazione destinato alle scuole e dedicato sempre al tema acqua;
Continuo ad occuparmi di Angelo Vassallo, uomo giusto ucciso dalla camorra due anni fa;
Ho ideato un festival di cortometraggi dedicato al riciclo della carta.

Forse rappresenterò l’italiano stanco e qualunquista, ma posso garantirvi che evitare il costante bombardamento di negatività quotidiana proveniente da radio, tv e giornali, mi ha aiutato a vivere meglio; stimola il coraggio; l’ottimismo.
Il mio non vuole essere un esempio e neppure un consiglio, perché non è edificante per un giornalista affermare di non seguire giornali e telegiornali, però preferisco perdere in credibilità e guadagnarci in salute, tranquillità e soprattutto in creatività, che è poi la benzina del mio lavoro. Forse sono un privilegiato, forse un incosciente, forse uno che ha uno scarso senso civico (ma questo non lo penso proprio). Resta il fatto che un po’ d’ignoranza mediatica condita da una bella dose di silenzio, sicuramente ci aiuta a pensare, a riflettere e a diventare un pizzico più saggi. Mica poco.

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La giostra

Dal 3 al 6 settembre sono stato ad Acciaroli per le celebrazioni del primo anniversario dell’uccisone di Angelo Vassallo. Con mia figlia dormivamo nella casa di Angelina, moglie di Angelo. Proprio sul mare, con il rumore della risacca. Tre giorni passati assieme a Giusi e Antonio, i figli, ai fratelli di Angelo, soprattutto con Dario che oramai è più che un amico ed alla sua famiglia. Ho conosciuto anche il suo splendido suocero, Nello Governato, con cui ha condiviso la tragedia di scrivere un libro su Angelo. Perché scrivere di un fratello morto ammazzato è una tragedia. Ad Acciaroli mi sento a casa mia perché é così che devono andare le cose giuste. Quelle pulite. Antonio e Francesco vogliono portare mia figlia a vedere una cernia che vive da anni in una grotta, Giusi la porta a vedere i suoi 23 cani, Angelina fa le polpette buonissime. A tratti sembrerebbe tutto normale, invece no, perché Angelo è morto da un anno e ancora non sappiamo chi è stato.
In compenso c’è stata la giostra. Il luna park dei politici che ancora si ostinano ad usare parole uccise da anni. Sono necrofili del pensiero, trogloditi della comunicazione, folli amanti del banale, del nulla. La frase più gettonata è “abbiamo bisogno di riscoprire i veri valori, dobbiamo tutti abbassare i toni ed impegnarci per ritrovare la legalità”. Da prendere a calci in culo. Da buttarli a mare come quel giornalista che ha chiesto a Giusi cosa prova nei confronti degli assassini di suo padre. Come quell’umanoide che per chiudere alla grande il suo intervento, ha detto che uccidendo Vassallo la camorra ha perso la sua battaglia. La bella pennellata di ottimismo che chiude un discorso infarcito di termini marci, morti, spolpati e sepolti. Termini come eroe, speranza, coraggio, ottimismo. Le raccontasse ai suoi figli le favole con il lieto fine, perché ad Acciaroli uccidendo Vassallo hanno messo un paese in ginocchio, lo hanno colpito al cuore. Hanno sparato 9 colpi ad un essere umano insostituibile. Altro che lieto fine.
È triste questa giostra, che non è capace di far piangere e neppure di far ridere. Non esiste un concetto nuovo, parlano di speranza proprio loro che ce l’hanno tolta. Ottusi, disattenti al mondo e a loro stessi. Ma si leggessero qualche poesia, si avvicinassero all’arte, provassero a uscire dai miseri schemi che li soffocano. Leggessero le ordinanze comunali di Angelo Vassallo, come quella relativa all’esposizione dei gerani – “I Gerani si armonizzano all’ambiente, alle costruzioni con la pietra locale e si combinano in una tavolozza ininterrotta nel corso di tutto l’anno. Come i suoni e gli odori, anche i colori hanno il potere di creare stati d’animo”. Era così che Vassallo ha fatto crescere la sua gente e la sua terra, a colpi di poesia e incazzature.



Invece è squallido questo luna park arrugginito da cui bisognerebbe scappare e di corsa. Per fortuna è finito lo sciopero dei calciatori e mezza Italia può tornare a sognare lo scudetto. Per fortuna tornano i programmi autunnali, tornano i collegamenti con Avetrana, tornano i salotti, i nani e le ballerine. Tornano i talk show, le moviole, le tette grosse, le labbra gonfie e i culi a mandolino. Tornano le isole popolate da eroi, le case dei fratelli, i bambini fenomeni che hanno la voce di Albano e le gare di barzellette. Intanto muoiono i Sindaci bravi, le parole, le idee, i pensieri, i soldi, i sogni. Ci resta la televisione da guardare, ma come dice il grande Alessandro Bergonzoni, facciamolo senza accenderla. La nostra sopravvivenza intellettuale passa anche da lì.

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Il Sindaco Pescatore. Storia di un maestro.
Per rimanere distanti dalla retorica, quando si parla di una persona coraggiosa e pulita uccisa da 7 colpi di pistola, esiste una sola strada: la verità.
Assieme alla mia famiglia ho passato le vacanze di Pasqua ad Acciaroli, frazione di Pollica, meraviglioso borgo marinaro del Cilento in provincia di Salerno. Ci ha ospitato Dario Vassallo, fratello di Angelo, il Sindaco Pescatore, come tutti lo chiamavano.  Angelo, quello che ha evitato le speculazioni edilizie, che ha fatto della dieta mediterranea il fiore all’occhiello del suo paese, quello che aveva portato la raccolta differenziata all’80% come accade solo nei Comuni virtuosi; infatti Pollica è un Comune virtuoso. Angelo Vassallo ha trasformato un borgo che non conosceva sogni, in un luogo di vacanza proiettato verso il futuro. A Pollica e ad Acciaroli Angelo ha insegnato a tutti che l’ambiente rappresenta un tesoro da rispettare, ancor prima di essere considerato una risorsa da sfruttare. Con Angelo non sono spuntati palazzi che hanno mortificato i panorami, le spiagge vengono ripulite dalle tracce dell’uomo ed i pescherecci quotidianamente scaricano sulla banchina l’immondizia che rimane nelle reti. Un furgone trasporta poi tutto all’isola ecologica. Il primo depuratore del Cilento lo ha fatto realizzare Angelo Vassallo, la figlia accudisce con amore i 20 cani che suo papà aveva sottratto al randagismo. Angelo curava il dettaglio. E il dettaglio è tutto. L’aiuola pulita, il muro di mattoni restaurato, la bottiglia di plastica nel cestino, le auto parcheggiate correttamente, i cartelli segnaletici in legno, le panchine tirate a lucido, il pesce fresco, il sorriso sulle labbra. E potrei andare avanti per pagine e pagine, ricordando quanto questo uomo ha fatto per la sua e la nostra terra.
Un uomo ucciso in un agguato rischia di venire mitizzato. Con Angelo questo rischio non si corre, perchè lui un mito lo è stato veramente, ma da vivo.
Ho conosciuto tutti  i suoi amici pescatori, gli altri fratelli Claudio e Massimo, il figlio Antonio e tante persone che gli sono state e sempre gli saranno amiche.
Per molti è  solo un brutto sogno che prima o poi svanirà nel nulla; altri si sono persi dietro domande che ancora non trovano risposte. Tutti sono smarriti.
Non ho conosciuto Angelo da vivo, ma cambia poco. La sua energia è sempre a portata di mano, le sue idee continuano a parlare. Angelo è stato innanzitutto un grande maestro.
Scrive il poeta Gibran : “Nessun uomo può rivelarvi nulla che non stia già in dormiveglia nell’alba della vostra conoscenza. Il maestro che cammina all’ombra del tempio  tra i suoi seguaci, non trasmette la sua saggezza ma la sua fede e la sua passione. Se è saggio non vi costringe a entrare nella casa della sua saggezza, ma vi conduce alla soglia della vostra mente.”
Angelo Vassallo ci ha preso per mano conducendoci su questa strada. Adesso che ci ha fatto grandi, iniziamo a camminare.


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I Nuovi Eroi

Nel mondo dove esiste solo ciò che appare, ho la sensazione che si sia formata spontaneamente una nuova categoria di eroi. Quelli invisibili, quelli dei piccoli gesti, delle cose minime che non fanno notizia e non portano direttamente in tv.
Ho visto per strada un signore raccogliere una lattina da terra e quindi gettarla nel cassonetto della differenziata. Ha poi ripreso la sua passeggiata senza cercare con gli occhi l’ammirazione di una qualche platea. Un’azione minima eppure di una grandezza infinita. Il dare, senza ricevere in cambio alcun genere di ricompensa. Neppure una pacca sulle spalle, un encomio, un trafiletto sul giornale locale. È un universo prezioso ed invisibile che esiste, si muove quotidianamente in sordina e trova del tutto naturale comportarsi così. C’è chi decide di dedicare un tempo anche minimo a qualche forma di volontariato. Nulla di eclatante o di emozionante, perché a volte volontariato significa confezionare scatoloni con viveri o guidare un pulmino o fare compagnia ad un anziano.
Sapere che queste non-notizie fanno comunque parte della nostra realtà, ci aiuta ad essere più obiettivi, a contrastare, seppur minimamente, la fetida ondata di negatività che ci piomba addosso ogni volta che accendiamo il televisore. I nuovi eroi non compiono imprese epiche, ma devono la loro grandezza alla capacità di dare un senso compiuto alle sfumature.
Tutto ciò richiede uno sforzo titanico, perché raccogliere una lattina da terra e gettarla in un cassonetto significa agire e le azioni costano fatica fisica e soprattutto mentale. Anche fare bene la raccolta differenziata in casa è difficile. Chi non l’ha mai fatta, inizialmente pensa che tutto ciò assomigli ad un ulteriore appesantimento della propria esistenza, invece è solo una questione di abitudine, di stili di vita. Questo non è un invito a provare, perché sarebbe sin troppo banale; è semplicemente un prendere atto che questo mondo parallelo esiste. Agisce in nostro nome ed è ossigeno puro per l’umanità.

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Il Principe Azzurro

Sono le 4,30 della mattina quando assieme a Davide, amico e operatore indistruttibile, arriviamo al porto di Ancona. Difficilmente si uscirà, le previsioni meteomarine dicono onde di 3 metri e scirocco. Sparpagliati nel buio della banchina ci sono gli equipaggi in attesa che i comandanti decidano. Per questa gente attendere e decidere sono regole quotidiane, perché su un peschereccio la fretta è più subdola di un’avaria. E allora anche noi aspettiamo con pazienza, in quanto il mare è più strano degli uomini e cambia idea facilmente. Anche Girolamo, Comandante del peschereccio “Impavido”, dice di attendere ed ha ragione, perché alle 5,30 il mare cala un pò e finalmente usciamo.
Sorprendentemente non è freddo e come sempre l’alba si presenta all’improvviso. Poi inizia la caccia al pesce azzurro, assieme all’Impavido c’è anche il “Nardino”, questa è la famosa “pesca volante”, con una rete trainata da una coppia di pescherecci. Tutto si divide in questo gioco di squadra antico e sempre nuovo. Nel frattempo il mare di traverso scende e si trasforma in una quasi bonaccia, finalmente anche lo stomaco ritrova la sua posizione naturale e ci sembra di rinascere. Sono appena le 9 di mattina.
Poi accade tutto quello che deve accadere: intuito e tecnologia sono i compagni di viaggio di Girolamo, arrivano le prime calate e quindi le prime salpate con le reti gonfie di pesce azzurro, il Principe Azzurro, perché è così che s’intitola il cortometraggio che stiamo girando. Ci sono i delfini che ci seguono come fossero vecchi amici, poi i gabbiani, ma non è della bellezza del mare che voglio parlare, quella la conosciamo. Meno ne sappiamo invece della bellezza degli uomini che tutti i giorni lo affrontano per guadagnarsi da vivere con la pesca. Quando rientriamo in porto sono 16,15, poi ci sono le casse da scaricare, il peschereccio da sistemare e spesso questi uomini non sono a casa prima delle 7 di sera. Alle 3,30, massimo alle 4 si è di nuovo a bordo. Questo per 4, a volte 5 giorni a settimana. Si esce con il gelo, con la nebbia che ti nasconde persino la prua e senza avere mai alcuna certezza. Non parliamo di guadagni, sono ridotti all’osso e a volte farci pari è già quasi un successo. Alle 18, dopo aver ripreso le fasi del mercato, io e Davide siamo sfatti, per fortuna il giorno successivo potrò alzarmi alle 8 e questo è molto consolante. Non sarei mai in grado di ripresentarmi alle 4 in banchina e allora penso nuovamente a loro. Dovrei raccontare più spesso la storia di queste persone, delle loro vite, delle loro famiglie. Dovremmo ascoltare più spesso le loro voci. Aricchiscono, sono un antidoto alla menzogna ed alla cialtroneria e insegnano l’essenziale. In mare fortunamente il superfluo è proibito e il silenzio prevale sulle parole. Che meraviglia.

Luca a bordo del peschereccio Impavido

Un momento della pesca

Davide, operatore highlander

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Ho spento la tv

Ho spento la tv perchè come i fiumi in piena il suo livello di nefandezza ha oramai superato i livelli di guardia.
Ho la casa allagata di negatività, di parole inutili, di facce che non voglio più vedere, siano di destra, sinistra, sopra o sotto. Siano assassini, pluripregiudicati o ubriachi senza patente.
Abbiamo una pagina politica che occupa mezzo telegiornale, e per sentirsi dire cosa? Esiste solo il gioco di tirare sterco maleodorante in faccia al primo che capita, questo è diventato lo sport nazionale. Tutti a tirare merda utilizzando il giudizio come fosse una pala. Se la tirano addosso senza sosta e senza tregua, senza dignità, senza vergogna, convinti che ogni italiano segua questa speciale gara di lancio, come fosse una finale dei mondiali. La libertà di stampa viene utilizzata come un pesticida per sterminare il nemico in una guerra senza confini, dove vale tutto e l’assenza di regole è divenuta la prima regola.
La verità, dovesse mai esistere, ha fatto da tempo le valigie scappandosene in qualche angolo di mondo.
E allora ho spento la tv. Basta capannelli di microfoni sotto le solite bocche sparatutto.
Non vedere e non sentire mi aiuta ad affrontare meglio la giornata.
La mattina e la colazione rappresentano sempre e comunque la vita che riprende. Una volta il mio amico Fabrizio Macchi (Campione del Mondo di ciclismo e privo della gamba sinistra per colpa di un cancro), mentre stavamo facendo colazione mi ha detto – Bella la mattina, apro gli occhi e ci sono! – Rimasi illuminato da quella frase corta e semplice… Parole sante da ricordare, da mettere in bacheca, da tatuarsi sul petto, da far stampare sulle lenzuola e su ogni giorno del calendario.
Parole che celebrano il miracolo di un nuovo giorno da vivere.
Ho smesso di vedere selve di telecamere attorno a uomini di potere mentre mi gusto la marmellata con il pane tostato.
Mi rovinano il momento. Incidono sul mio umore. Portano iella.
…”Bella la mattina, apro gli occhi e ci sono”…
Questa è la sigla del mio telegiornale mattutino, questa è la notizia più rivoluzionaria del giorno, sempre la stessa, nessun canone da pagare e persino senza pubblicità.

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Stay hungry, stay foolish…

“Stay hungry, stay foolish… sii affamato, sii folle”.

Non amo le massime e neppure gli aforsimi. Teoria della parola opposta alla concretezza della realtà. Tutti, per un attimo, leggendo un aforisma abbiamo provato una sensazione di sollievo, di verità scoperta, di illuminazione. É l’applicazione dell’aforisma nella vita pratica ad essere difficile nella stessa misura in cui è difficile seguire una rotta, quando non si possiede una bussola.

Eppure… eppure “Stay hungry, stay foolish” (sii affamato, sii folle) è un qualcosa che oramai è entrato a far parte della mia vita. Se proprio dovessi farmi un tatuaggio è questa la frase da cui vorrei farmi accompagnare per sempre.

“Stay hungry”… essere affamati significa essere vivi. Significa conoscere il fuoco della passione, significa continuare ad essere inquieti e costantemente proiettati verso nuovi progetti.

“Stay foolish”… essere folli e visionari per cercare nuove strade. Essere folli sfuggendo ai consigli sensati e oltrepassando il recinto rassicurante della ragionevolezza. Conosco poche persone che sono riuscite ad ottenere il successo senza una bella dose di follia.

Una bambina cieca quando aveva cinque anni venne iscritta dai genitori alla scuola di sci. Follia pura! 20 anni dopo, quando l’intervistai con una medaglia olimpica al collo, mi disse che tutto era nato da quella scelta pazza dei genitori. Il mio amico fraterno Fabrizio Macchi aveva 16 anni quando con un pennarello indelebile, stremato da 3 anni di cancro al ginocchio, scrisse sulla sua coscia sinistra “gamba da tagliare”.

Senza una gamba e con mezzo polmone in meno, tra risate di scherno e scetticismo decise di partecipare alla maratona di New York. Al primo allenamento, sotto gli occhi perplessi dei passanti, riuscì a malapena a fare 30 metri. Poi di maratone di New York ne vinse tre di fila.

Ora nel ciclismo si è aggiudicato due titoli mondiali. É diventato un campione.

“Stay hungry, stay foolish”… sì, anche Fabrizio è affamato e pazzo. E potrei andare avanti con altri esempi, con altre persone che hanno sovvertito gli schemi e si sono andate a prendere la loro vita.

“Stay hungry, stay foolish”… Questa frase la dobbiamo a Steve Jobs, fondatore della Apple.

In questi giorni le tv di tutto il mondo parlano del cancro al pancreas che dopo 5 anni è tornato a bussare alla sua porta. Steve Jobs abbandonerà l’azienda e penserà a curarsi, alla sua famiglia. Ha promesso che tornerà a lavorare ed io lo spero. Fosse solo perchè mi ha regalato questa frase che racchiude una filosofia.

“Stay hungry, stay foolish”. Per molti la vita scorre lungo il filo di queste parole. Sono gli eletti. Quelli destinati a morire senza rimpianti.

“La scelta” puntata con l’amico Fabrizio Macchi

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Sono stanco…

Undici gennaio duemilaeundici, ovverosia 11/1/11. Bello inaugurare i miei “pensieri puliti” in una data che assomiglia ad una promessa, ad un inizio, al primo caffè della mattina o al primo metro di corsa quando fai jogging. Prima una spiegazione; “Pensieri puliti” è una parentesi trasversale che corre dalla tastiera del pc al mio sito, poi a facebook e quindi agli amici. Pensieri da condividere. Nulla di più. Una goccia dalle traiettorie impreviste. Potenza del web che riesce a portarti dove meglio crede e va bene così.
In questo giorno dove il numero uno si rincorre all’infinito e tutti ancora si scambiano “sinceri auguri per un felice 2011”, io vorrei invece raccontarvi la mia stanchezza, e vorrei che alle mie stanchezze si aggiungessero le vostre. Vorrei tessere un tappeto di stanchezze e poi passarci sopra per andare verso le cose che valgono una vita, che ci danno forza, che contengono i semi del sogno e della passione.
Beh, il mio lavoro è comunicare, allora vi dico che sono stanco dei collegamenti da Avetrana, sono stanco dei telegiornali che parlano solo di tragedie, sono stanco degli equilibri di Governo, di minoranze/maggioranze/coalizioni e della bulimia di parole che ci vomitano addosso senza ritegno. Sono stanco di chi ha inviato auguri di Natale in fotocopia e di chi ha appeso Babbo Natale fuori dal balcone. Sono stanco della nebbia e del ghiaccio sul parabrezza. Sono stanco del semaforo della Penna (a Senigallia) che è sempre rosso. Sono stanco della pubblicità nella cassetta delle lettere. Sono stanco di chi nei ristoranti urla e di chi sorpassa sulla corsia d’emergenza. Sono stanco dei Vip, dei locali alla moda e della gente giusta, sono stanco dei telefoni che squillano in treno e sono stanco di chi getta frigoriferi nei fossi e pacchetti di sigarette dal finestrino. Sono stanco di Bruno Vespa, di Pippo Baudo, di Emilio Fede, di Maurizio Costanzo, di Michele Santoro, di Maria De Filippi e di tutti quelli che occupano la tv come fosse un Liceo. Sono stanco di Cassano, di chi parla di Cassano e di chi parcheggia in doppia fila. Sono stanco di frequentare chi non ha una passione. Sono stanco della gente che non comprende l’ironia e di quelli che parlano troppo. Sono stanco delle battute mediocri, delle catene di Sant’Antonio e delle voci registrate che ti dicono quale tasto digitare. Sono persino stanco di chi dice di essere stanco… ed è per questo che (senza offesa) mi fermo qui.

Luca

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Omaggio a Paulo Coelho

Pensieri Puliti 18/12/10

Il “Manuale del guerriero della luce” raccoglie una serie di testi scritti da Paulo Coelho e pubblicati da vari quotidiani, tra il 1993 e il 1996. A pagina 41 il piccolo volume elenca una serie di comportamenti, all’interno dei quali ognuno può specchiarsi senza difficoltà. In questo primo appuntamento con “Pensieri Puliti” voglio rendere omaggio a Paulo Coelho che tante volte, con questa pagina, mi è venuto in aiuto mentre incontravo studenti in luoghi privi di bellezza, dove ci si sente “nati sbagliati” fin da bambini. Avremo modo in futuro di analizzare l’importanza della bellezza e di cosa significhi “nascere sbagliati”. Intanto vi lascio alla lettura di questa importante parentesi letteraria.

Luca

Ogni Guerriero della Luce ha avuto paura di affrontare un combattimento.

Ogni Guerriero della luce ha tradito e mentito in passato.

Ogni Guerriero della luce ha imboccato un cammino che non era il suo.

Ogni Guerriero della luce ha sofferto per cose prive di importanza.

Ogni Guerriero della luce ha pensato di non essere un guerriero della luce.

Ogni Guerriero della luce ha mancato ai suoi doveri spirituali.

Ogni Guerriero della luce ha detto “sì” quando avrebbe voluto dire “no”.

Ogni Guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.

Perciò è un Guerriero della luce; perché ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza di essere migliore.

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